Il diritto & il rovescio 

 

[a cura di Alessandro Quinti]




 

2019: un “anno nuovo”, o solo un nuovo anno?

 

Sì, perché ci vorrebbe qualcosa in più di un semplice nuovo anno: un “anno nuovo”, ma soprattutto un “anno unito”. Unito per andare veramente avanti; unito per superare e archiviare definitivamente dieci anni di crisi e stenti sociali che ancora pesano sulle spalle di tutti noi; unito per imboccare la strada giusta dell’equità e della pace; unito per curare i mali endemici delle nostre città; unito per demolire i muri della discordia e delle incomprensioni. La nostra Società, il nostro Governo, la nostra Capitale, sono alla ricerca di una nuova identità, di una nuova coscienza, di una nuova condivisione di ideali e di mète. Attraversiamo un momento storico caratterizzato, ahinoi, da molte ombre e poche, ma tuttavia nitide, luci. Seguiamo quest’ultime dunque, senza mai smettere di credere e lavorare per il bene comune, per i valori che la Storia ci ha consegnato attraverso il sacrificio di tante generazioni, per creare, e non solo immaginare, un futuro degno di essere definito migliore. E pertanto: Buon “Anno Nuovo”.     


 

Il disastro del Moby Prince: una ferita ancora aperta. 

 

Il 10 aprile del 1991 il traghetto Moby Prince, appena uscito dal porto di Livorno, si schianta contro la petroliera Agip Abruzzo. 140 persone, tra equipaggio e passeggeri, trovano la morte. 

A quasi ventotto anni di distanza, le conclusioni della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle cause del disastro, al lavoro dal 2015 - giàpresentate il 24 gennaio 2018 al Senato - come si apprende dai principali organi di stampa, sono state acquisite dalla procura di Livorno che, sulla scorta delle nuove risultanze emerse, intende riaprire il caso al fine di individuare e stabilire, finalmente, la verità su quel tragico scontro in mare.

  

Ma ricostruiamo i fatti. Cosa è accaduto quella sera?

 

Ha mollato gli ormeggi alle 22.03 dal porto di Livorno, mezz’ora più tardi è già una palla di fuoco alla deriva nella rada del porto toscano: nessuno, però, per quasi un’ora si accorge di ciò che avviene a bordo del Moby Prince. Alle 22.36 Renato Superina, comandante della petroliera Agip Abruzzo, contro la quale è finita la prua del Moby, lancia l’allarme per un incendio a bordo dopo la collisione con una bettolina.

A Livorno, chi pensa al Moby, lo immagina ormai diretto ad Olbia, con al timone il comandante Ugo Chessa, e i soccorsi si concentrano sull’Agip. Solo per caso alle 23.35 due ormeggiatori si avvicinano al traghetto in fiamme e così viene scoperta quella che è la più grave tragedia della marina mercantile italiana dalla Seconda guerra mondiale. Un solo superstite, il mozzo Alessio Bertrand, che aggrappato al bordo del Moby è salvato proprio dagli ormeggiatori che lo convincono a gettarsi in acqua.

Dal traghetto, come poi ricostruito durante i processi, la richiesta di soccorso è partita: «May day.....may day..Moby Prince.....Moby Prince.....siamo in collisione...siamo in fiamme..occorrono i vigili del fuoco...compamare se non ci aiuti prendiamo fuoco..may day may day......». Sono le 22.26, ma alla sala radio della Capitaneria arriva con un segnale debolissimo, che non viene sentito. E intanto, mentre ancora il Moby brucia, partono le prime polemiche: per i ritardi nei soccorsi, per la nebbia che per qualcuno c’è per altri no, per un tratto di mare affollato da navi americane di ritorno dalla prima guerra del Golfo.

Poi l’avaria del timone, l’errore umano. Fino all’ipotesi di un attentato. Polemiche che hanno alimentato due processi e altrettante Commissioni d’inchiesta, e che fanno della tragedia del Moby uno dei tanti misteri italiani ancora irrisolti. 


 

Il più grande mistero della Storia: l’origine del Cristianesimo. 

 

Il Cristianesimo prende origine da Gesù Cristo, personaggio storico nato, vissuto e morto nell’antica Palestina situata all’incontro di tre continenti e civiltà, l’Asia, l’Africa e l’Europa. Dal tempo della sua esistenza si contano i secoli dell’età moderna.

Gesù Cristo nasce a Betlemme dalla stirpe d’Israele. Secondo le testimonianze storiche, sua madre, una vergine di nome Maria, lo concepisce miracolosamente. Egli trascorre la più lunga parte della sua esistenza nel silenzio e nel lavoro quotidiano, nel piccolo villaggio di Nazaret. Ha circa 30 anni quando inizia con autorità tra i suoi conterranei una predicazione pubblica, portando a tutti ed a ciascuno questo annuncio decisivo: “Dio vi chiama a convertirvi, a credere in lui e ad entrare nel suo Regno”. In Gesù, Dio si rivolge agli uomini per invitarli ad entrare in comunione con lui, e ricevere da lui la felicità alla quale aspirano.

Ma quale enigma si nasconde dietro il nome di Gesù? Quali ipotesi attendibili è possibile fare su di lui? È stato davvero predetto dalle millenarie Scritture degli ebrei? Ed ancora: Gesù è esistito veramente? O non è piuttosto un mito che la fede ha travestito da storia? Come ha scritto lo scienziato e filosofo francese Blaise Pascal (1623-1662): “O Dio esiste o Dio non esiste. Per quale di queste due ipotesi volete scommettere?”. “Per nessuna delle due, la risposta giusta è non scommettere affatto”, gli replicano. “Vi sbagliate”, continua Pascal. “Puntare è necessario, non è affatto facoltativo”.

Il problema Gesù dunque: a lui sono stati dedicati decine di migliaia di volumi. Alla Biblioteca Nazionale di Parigi, specchio della cultura occidentale, la sua voce è la seconda per numero di schede: la prima, significativamente è Dieu.

Da molti secoli il dibattito su Gesù è la riserva di caccia, gelosamente sorvegliata, di chierici e di laici accademici. Sono gli specialisti che hanno prodotto e producono quelle migliaia di volumi, confutandosi a vicenda scatenando così una interminabile disputa tra dotti.

A proposito di Gesù tutte le ipotesi sono state fatte, tutte le obiezioni sono state confutate, ribadite, riconfutate all’infinito. Ogni parola del Nuovo Testamento è stata passata al vaglio mille volte: tra i testi di ogni tempo e paese questo è infatti di gran lunga il più studiato.

Gesù: è senza dubbio lui il personaggio più interessante della Storia! 


 

Natale oggi: segno dei tempi.

 

Eh sì, “Natale oggi”: così si chiamava l’esposizione allestita all’ex Fiera di Roma dedicata all’universo natalizio negli anni ’70, come ricorderanno tutti coloro che appartengono almeno alla mia generazione! Un ricordo personale splendido, sorprendente e portatore di uno stupore difficilmente riscontrabile negli occhi dei bambini e degli adolescenti del Terzo millennio. Occhi piuttosto arrossati dalla sovraesposizione ai molteplici device divenuti ormai a tutti gli effetti una prosecutio degli arti superiori. Ma tant’è. È la post-modernità bellezza! Tuttavia oggi sono tantissimi i “mercatini tematici” che tentano con tutte le buone intenzioni di ricreare quelle atmosfere che ci sono letteralmente sfuggite di mano. D’altronde, come si suol dire, è il pensiero che conta. Certo il marketing fa il resto, e a volte il resto è di niente. Perché il momento è ancora assai delicato. La crisi, la grande crisi che ha compiuto 10 anni, si fa ancora sentire, pungente più del freddo che tarda ad arrivare, e di conseguenza è facile continuare a guardare molto e a comprare poco. Perché le priorità sono ben altre in un Paese che stenta a risollevarsi davvero, in un contesto caratterizzato da una divaricazione socio-economica quanto mai estremizzata in determinati ambiti urbani. E allora è caccia aperta alle offerte on-line, ai saldi anticipati e ai vari black friday di ogni ordine e grado. La rete in questo aiuta, anche se l’altra faccia della medaglia è rappresentata da una gratuità dei contenuti non sempre gradita a chi quei contenuti li crea con impegno e professionalità; ma son queste le nuove regole dell’era digitale. Le chiacchiere stanno a zero. Bisogna solo correre, come la famosa gazzella ad ogni risveglio mattutino…Ciononostante non possiamo non spendere alcune parole ricordando quello che è stato definito il classico dei classici dello spirito natalizio, la rappresentazione teatrale “tradizionale” per eccellenza: “Natale in casa Cupiello” del grande, indimenticabile e, fortunatamente, indimenticato Eduardo De Filippo. In fondo in mezzo a noi, o dentro di noi, c’è sempre uno come lui, il tipografo Luca Cupiello, detto Lucariello, alle prese con piccole o grandi illusioni, tra il tracico e il comico, nel disperato tentativo, a volte del tutto utopistico, di reagire all’indifferenza e al male, costretto ad incassare amare sconfitte e a rifugiarsi nell’allestimento dell’amato Presepe e del suo Bambinello Gesù. Era il 25 dicembre del 1931 quando la pièce venne portata in scena per la prima volta al Teatro Kursaal di Napoli (2 atti poi ampliati in 3 nella versione del 1943). Ma sembra oggi! Con i miei più sinceri auguri.  


 

8 dicembre: un sabato di passione…romana!

 

Dunque, vediamo: Roma, sabato 8 dicembre, festa dell’Immacolata Concezione. Sì, sembra facile, ma non lo è proprio, e il dogma cattolico, proclamato da Pio IX nel 1854 con la bolla Ineffabilis Deus - l’8 dicembre per l’appunto -, si trova inserito e compresso in una serie di eventi e manifestazioni, di natura differente, che animeranno parallelamente il centro della Capitale. Già, perché mentre Papa Francesco si metterà in cammino per raggiungere, come da tradizione, Piazza di Spagna per rendere il consueto omaggio alla statua della Madonna in piazza Mignanelli, nella vicinissima Piazza del Popolo sarà in pieno corso la manifestazione della Lega in occasione del primo comizio romano del suo Segretario Nazionale. Ma non è tutto: infatti, ancora a poca distanza dai primi due eventi - così vicini e così diversi l’uno dall’altro - ovvero a Piazza Venezia, avrà luogo l’inaugurazione del tanto atteso albero di Natale capitolino targato Netflix - “Spelacchio 2 - la vendetta” -. Tutto ciò nel mentre di una giornata - speriamo piena di sole - che molti romani dedicheranno anche allo shopping natalizio su e giù per le vie del centro - l’8 dicembre segna infatti una data che, mutuando il linguaggio calcistico, possiamo definire di ingresso nell’area Cesarini delle festività natalizie tout court - in sicura compagnia dei numerosissimi turisti che ormai affollano la Capitale in ogni periodo dell’anno. Un bel mix di caos quindi: all’appello manca solo la maratona! Ma suvvia, sono contingenze che vanno prese con lo spirito giusto. Ottimismo ed ironia non devono mancare mai! Insieme, e questo sul serio, alle adeguate misure di sicurezza.  


 

TMB Salario: parole chiave, “non disattendere le promesse”.

 

Ma certo, al punto in cui si trova la vicenda TMB Salario, dopo la protesta in piazza Montecitorio, dopo la vicinanza espressa dal Ministero dell’Ambiente - saltando a piè pari, per non dilungarci troppo, le manifestazioni, le proteste, le analisi e gli osservatori permanenti dei mesi/anni scorsi, su cui però se volete potete trovare alcuni articoli in categoria ambiente e natura in città - ora è giunto il momento cruciale per districare finalmente la matassa infittitasi notevolmente nel corso del tempo. Gli appelli al Campidoglio, e al suo assessorato all’Ambiente, per un intervento risolutivo della vexata quaestio, se “raccolti”, diverrebbero dunque l’elemento che potrebbe fare la differenza, in tempi rapidi. Ma la questione è indubbiamente delicata. Di sicuro l’impianto deve andare verso la chiusura o la riconversione, tuttavia il quadro generale del piano rifiuti nella Capitale è un puzzle ancora da completare. L’esempio rappresentato dalla criticità della differenziata commerciale, di questi giorni, lo dimostra chiaramente. E la percentuale della raccolta differenziata tout court appare decisamente lontana da quel 70% agognato per avanzare con serenità verso il traguardo. Resta il fatto che quella in oggetto è e rimane una priorità ecologica e di salute pubblica. Le cose devono necessariamente cambiare, e le promesse diventare realtà. L’augurio ai professionisti del settore è quindi quello di trovare la quadra facendo “squadra”. È ciò che si aspettano, da troppo tempo ormai, i cittadini residenti - circa 40.000, lo ricordiamo - dei quartieri interessati dai crescenti disagi.


 

Il Mercatino di Natale di Piazza Mazzini: un momento per vivere la città …slow.

 

Sì, è proprio questa l’atmosfera che si respira nella suggestiva cornice del Mercatino di Natale a Piazza Mazzini - dal 1 al 27 dicembre - nel cuore del quartiere Prati di Roma. Una consuetudine che non stanca mai, e che anzi è attesa con entusiasmo dai romani. Al di là dell’ottima e tradizionale offerta commerciale, esposta con l’usuale maestria ed eleganza, il luogo fa senza dubbio la sua parte. Questo è il periodo dei mercatini natalizi, e la città ne conta un numero crescente. Ma quello di Piazza Mazzini mantiene una connotazione del tutto particolare, che non sfugge all’occhio anche di chi non ha dimestichezza con il quartiere in cui viene allestito. Provate a visitarlo quando si accendono le prime luci della sera. Lo si intravede da lontano come una piccola oasi piena di occasioni da ri-cercare con attenzione. Dà l’idea e la dimensione di una città tutta racchiusa nella Piazza, e nelle strade adiacenti, animate da accattivanti vetrine e storiche, quanto golose, pasticcerie. Regalarsi del tempo - specialmente durante il weekend - per trascorrere qualche ora passeggiando tra gli stand, all’ombra dello specchio d’acqua situato al centro dei giardini che ospitano l’esposizione, vuol dire far pace con la frenesia del roboante traffico urbano - che attanaglia, com’è noto, tanto Prati quanto ogni altro quartiere della Capitale - decidendo, a ragione, di immergersi nella magia del Natale che, come ogni anno, arriva quasi all’improvviso, volando ad alta velocità sui freddi giorni di dicembre che separano dalla Vigilia, sorprendendoci sempre, lasciandoci a bocca aperta nell’affermare: “…anche quest’anno è già Natale, non me ne sono accorto/a, quanti regali devo ancora comprare…!”. Per evitare che questo accada di nuovo…beh, a Piazza Giuseppe Mazzini c’è il Mercatino di Natale! 


 

Ed ora…pensiamo alla salute…! 

 

Eh già, cari lettori, alla fine della fiera il primo bene di cui disponiamo e che dobbiamo difendere con le unghie e con i denti è proprio la salute! E di questi tempi, con i TMB che diventano emergenza nazionale, con un’inquinamento atmosferico a prova di domeniche ecologiche e le strade urbane in atavica emergenza rifiuti a singhiozzo, diventa davvero prioritario pensare seriamente alle condizioni della nostra salute! E il prossimo weekend - che coincide con quello della 2° domenica a piedi programmata dal Campidoglio - in Piazza Sempione va in scena un’iniziativa estremamente interessante messa in campo dagli specialisti di Villa Tiberia Hospital: “Prevenzione miglior strategia”. Nella piazza, tra il Palazzo Pubblico e la Chiesa dei Santi Angeli Custodi, verranno infatti allestiti 11 padiglioni, per un totale di circa 400 metri quadrati di superficie, adatti ad ospitare per l’intero fine settimana i cittadini romani che vorranno sottoporsi a controlli, consulenze e screening gratuiti in, per l’appunto, 11 differenti ambiti medici specialistici. All’insegna della - migliore - ottica di prevenzione e sensibilizzazione a favore della cittadinanza. Il 1 e il 2 dicembre, dunque, nel cuore di Montesacro l’Ospedale arriva in Piazza - Sempione -. Per tutti.  


 

Il mondo che verrà.

 

Sulla nostra società grava una pesante angoscia circa le prospettive economiche, che contraddice fortemente le speranze nutrite nel corso degli ultimi - difficili - anni. Si sviluppa dappertutto il timore che il modello liberal-democratico plasmato e rafforzato dall’integrazione europea non possieda più gli antidoti indispensabili al superamento della crisi. L’evoluzione delle tecnologie e il comportamento delle imprese sembrano tendere ad una contrazione sempre più irreversibile del lavoro, e c’è da temere una marginalizzazione crescente e strutturale dell’occupazione in ampi settori delle industrie e dei servizi. A questo si aggiunge l’esaurimento delle risorse del welfare state e la riduzione conseguente dell’elasticità degli ammortizzatori sociali e degli incentivi pubblici all’economia. Il pessimismo dunque induce a prefigurare un futuro di grande desolazione: la disoccupazione infatti, soprattutto se strutturale e permanente, è una delle malattie più gravi della società moderna, poiché corrode il telaio dei comportamenti civili incidendo sulla stabilità democratica. La grande sfida del XXI secolo appare pertanto quella di fare degli Stati una vera comunità capace di un governo che ne regoli pacificamente gli interessi, rispettando i loro fondamenti e rafforzando l’idea di un “governo mondiale” per una Terra trasformatasi ormai irrimediabilmente in “villaggio globale”. La tendenziale globalizzazione dell’economia, gli effetti ambientali dello sviluppo produttivo, le ripercussioni sociali e politiche dell’esplosione demografica e la maggiore pericolosità delle guerre nell’era nucleare creano così una nuova coscienza dell’interdipendenza, che si esprime attraverso un semplice assioma: quello che avviene entro i confini di uno Stato può minacciare direttamente anche la vita degli altri Stati. Principio da cui deriva la - crescente - messa in discussione della legittimità e della sovranità assoluta di ciascun membro della comunità mondiale.  


 

Luigi Sturzo: un uomo libero.

 

“Sono un uomo libero da qualsiasi interesse terreno, economico o politico; libero perché nulla temo, nulla desidero che sia dell’ordine di questo mondo. Parlo, scrivo, combatto perché sono un uomo libero e perché ho difeso e difenderò finché avrò fiato la libertà”.  Luigi Sturzo

 

Dei due più forti partiti del primo dopoguerra, il Popolare e il Socialista, quello che si presentò come un partito completamente nuovo, come “l’avvenimento più notevole della Storia italiana del XX secolo”, come ha scritto lo storico Federico Chabod, fu il Popolare. Esso era il prodotto dell’evoluzione politica di certi gruppi cattolici democratici, che avevano conosciuto le battaglie intransigenti degli anni ancora caldi del messaggio della Rerum novarum di Leone XIII. Era un partito di cattolici ma non cattolico come etichetta; era un partito che si ispirava ai princìpi della democrazia cristiana, ma che non si definiva democratico cristiano; era un partito che pure contando tra le sue file esponenti del vecchio movimento clerico-moderato e dei conservatori nazionali, come Ottavio Cornaggia o Carlo Santucci, non solo non era clerico-moderato, ma si dichiarava avversario del clerico-moderatismo e dei metodi dei blocchi d’ordine che erano stati in auge nel periodo giolittiano. I cattolici, dall’Unità in poi, si erano ritirati in una specie di Aventino politico: avevano adottato, per invito anche della Chiesa, la formula del non expedit, cioè dell’astensione elettorale politica, anche se questa formula ebbe pratica ma limitata applicazione prevalentemente nelle regioni settentrionali. Ma da un punto di vista formale, il comando di astenersi dalle urne politiche era stata la divisa del cattolicesimo militante. Vi erano poi state le prime confessate e volute evasioni a questa norma con le elezioni del 1904, evasioni che aumentarono nel 1909 e più ancora nel 1913, l’anno del Patto Gentiloni tra cattolici e liberali. Ma la regola era rimasta sempre in piedi e le eccezioni, anche se tollerate, anche se studiate a bella posta in molte diocesi, non erano mai piaciute a quei cattolici che si erano sempre battuti per arrivare alla fondazione di un partito con responsabilità propria, fedele alla tradizione pluralistica e democratica cristiana del movimento cattolico. Per cui veramente si può affermare che soltanto con la fondazione del Partito popolare i cattolici si presentarono nella vita pubblica italiana con una loro definita personalità e con un loro peculiare programma politico. 

Indubbiamente, senza la figura “geniale” di Luigi Sturzo (1871-1959) riuscirebbe difficile se non impossibile spiegare la nascita e gli sviluppi del popolarismo. L’uomo contò molto nell’impostazione programmatica e organizzativa del partito, nella formulazione della linea politica e soprattutto nella scelta del momento e del modo con il quale le forze cattoliche uscirono dal chiuso delle loro tradizionali posizioni particolaristiche e si affermarono come movimento autonomo e moderno, alla pari degli altri partiti.

Nato il 26 novembre del 1871 a Caltagirone, dove fu anche ordinato sacerdote, Sturzo iniziò presto l’attività di organizzatore sociale, politico, e giornalista.

Fu sindaco della sua città, fondò il periodico “La Croce di Costantino” e collaborò a “Cultura sociale” di Romolo Murri. Nel 1919 dunque diede vita al Partito popolare italiano, che segnò, come detto, l’ingresso dei cattolici nella politica nazionale. Nel 1924, per le sue posizioni nettamente antifasciste, fu costretto all’esilio. Per quasi ventidue anni Sturzo rimase lontano dall’Italia, prima a Londra fino al 1940, poi a New York e a Jacksonville. In questo periodo divenne giornalista e saggista di fama internazionale. I contatti con amici e studiosi italiani - Giuseppe Spataro, Mario Scelba, Alcide De Gasperi, Gaetano Salvemini, Francesco Saverio Nitti - si interruppero presto per la censura postale, e solo dal 1943, con la graduale liberazione del territorio italiano, Sturzo riprese gli scambi epistolari con la patria. Pensatore coraggioso, brillante saggista, polemista vivace, egli indicò nel rigore morale e nella piena responsabilità individuale i punti irrinunciabili della società civile.

Tale convinzione lo spinse a sollevare in campo istituzionale il problema del conflitto di interessi e a battersi con vigore per la separazione delle funzioni, per l’autonomia degli enti locali, contro lo statalismo e la partitocrazia. Durante tutto il periodo “straniero”, e anche dopo il ritorno in patria - rientrò in Italia il 6 settembre del 1946 - non cessò mai di scrivere lettere e pubblicare articoli intorno agli argomenti più scottanti della politica italiana e internazionale, difendendo con energia le proprie scelte. 

Morì a Roma l’8 agosto del 1959.

In uno scenario difficile e complesso come quello odierno, il suo messaggio, le sue battaglie e i suoi valori suonano ancora straordinariamente vivi e attuali. 


 

Una finestra sulla Storia: 

23 novembre 1980: il terremoto in Irpinia.

 

Il 23 novembre del 1980 per un minuto e mezzo le scosse travolsero case, scuole, ospedali, interi borghi dell'Irpinia e delle province di Napoli, Salerno e Potenza. Centinaia di città semidistrutte, migliaia di morti e feriti, uno Stato tardo a capire e lento nella reazione. La generosità dei volontari fece da contrappunto allo scandalo politico. 

Domenica 23 novembre 1980, all’improvviso, alle 19.35, in Irpinia, da Avellino a Potenza e negli antichi paesi arrampicati sulle montagne la terra all’improvviso si scosse e si aprì, una due tre volte, travolgendo tutto, case, scuole, chiese, ospedali, strade, seppellendo sotto le macerie le donne che preparavano la cena, i bambini che giocavano, gli adolescenti che passeggiavano sul corso.

Il nostro è da sempre un paese esposto a frane e terremoti. Quello dell’Irpinia fu uno dei più tragici. I cadaveri recuperati furono circa 3.000, a S. Angelo dei Lombardi per giorni pezzi di corpi umani emergevano dalle macerie. Il primo ad arrivare sul luogo della tragedia fu, lunedì pomeriggio, il presidente della Repubblica Sandro Pertini, stanco e disperato, inseguito dalle grida, dai pianti, dalle implorazioni dei sopravvissuti ai quali non poteva, non sapeva dare risposta.

Gli aiuti arrivavano disordinatamente, in ritardo, mentre i superstiti, lamentandosi, finivano di morire tra le macerie. Ci furono anche dei miracoli: quindici bambini, sepolti per tre giorni sotto le macerie, vennero salvati a Senerchia, un piccolo centro in provincia di Salerno, quasi completamente distrutto dal terremoto. E dovunque, come sempre in questi casi, si ebbero esempi di straordinaria generosità e di vergognoso sciacallaggio. Si mossero per primi, da Roma, Firenze, Bologna, colonne di volontari che tuttavia, per mancanza di mezzi e per la pessima condizione delle strade, non sempre riuscivano a raggiungere in tempo le zone terremotate.

Il disordine è drammatico, le autorità locali sembrano impotenti. I sopravvissuti chiedono aiuto, viveri, medicinali, coperte, mentre i feriti continuano a morire. Il presidente Pertini torna a Roma sconvolto. E decide di lanciare un messaggio al paese. Lo farà senza essersi consultato con nessuno, la sera di giovedì 27 novembre parlando alla televisione.

“Sono tornato ieri sera” - racconta - “dalle zone devastate dalla tremenda catastrofe sismica, dove ho assistito a spettacoli che mai dimenticherò… E ho constatato che non vi sono stati quei soccorsi immediati che avrebbero dovuto esserci. Ci sono state mancanze gravi e chi ha mancato deve essere colpito… Non servono nuove leggi, le leggi che ci sono devono essere applicate…”.

È una denuncia appassionata. Pertini ricorda nel suo messaggio che “a distanza di tredici anni dal terremoto nel Belice non sono state ancora costruite le case promesse. Eppure allora furono stanziate le somme necessarie. Dove è finito questo danaro? Chi ha speculato sulla disgrazia del Belice?”.

Il messaggio suona come una condanna non solo del governo in carica, ma di un sistema al centro del quale è sempre stata la Dc. Il clima politico è teso, drammatico. Il segretario del Psi, Bettino Craxi, ascolta il messaggio di Pertini alla radio, in macchina, tornando da Napoli a Roma. Claudio Martelli, che lo accompagna, commenta: “Pertini ha fatto bene”. Il suo discorso è un invito alle dimissioni. Enrico Berlinguer, segretario del Pci, ascoltato il messaggio dice a Natta, uno dei suoi più stretti collaboratori: “A questo punto dobbiamo farci avanti noi. Non possiamo avere un presidente della Repubblica che fa più opposizione dell’opposizione”. Da qui la nuova formula politica che Berlinguer propone al paese: l’Italia ha bisogno di un governo diverso, di capaci e di onesti, che faccia perno sui comunisti.  Ma è  una proposta irricevibile, per la Dc come per il Psi che si preparano a governare insieme per i prossimi dieci anni.

Il messaggio di Pertini scuote il paese e il governo. Il ministro degli Interni, Virginio Rognoni, darà le dimissioni, che sarà obbligato a ritirare  per le pressioni di Forlani, presidente del Consiglio. Riunito d’urgenza, il Consiglio di ministri annuncia adeguati stanziamenti a favore dei terremotati e per la ricostruzione della zona. Si parla di seicento miliardi. Ma il  ministro Romita, interrogato da un giornalista, corregge: “No, non si tratta di miliardi ma di milioni”. Pochi minuti dopo La Malfa precisa: “Sono seicento miliardi, miliardi”. E il ministro Compagna: “Veramente non so, quando si è parlato di cifre mi sono distratto”.

Alla fine la ricostruzione dell’Irpinia è costata circa 60mila miliardi di lire. L’ultima tranche, di 157.000 euro, è stata stanziata dal governo Prodi con la finanziaria del 2007. Stime del 2013 della Regione Campania, tuttavia, calcolano in 4 miliardi di euro la cifra ancora necessaria al completamento dei lavori.


 

Una finestra sulla Storia: 

JFK: un caso mai risolto.

 

Trentacinquesimo presidente degli Stati Uniti e il primo di religione cattolica, John Fitzgerald Kennedy (1917-1963) è stato un assoluto protagonista del Novecento. La sua parabola politica, conclusa dal tragico assassinio di Dallas (22 novembre del 1963), ha segnato un'epoca cruciale della storia americana e non solo. 

Dallas, 22 novembre 1963. L'auto del presidente procede tra due ali di folla. All’improvviso le voci della gente sono superate dal rumore di alcuni spari: John Fitzgerald Kennedy colpito a morte si accascia, subito sorretto dalla moglie Jacqueline.

«Interrompiamo questo programma per trasmettervi questo rapporto speciale della ABC Radio. C'è un rapporto speciale da Dallas, Texas. Tre colpi d'arma da fuoco hanno colpito il corteo del Presidente Kennedy oggi in centro a Dallas, Texas. Questa è la ABC Radio». 

In pochi istanti si consuma un dramma che segnerà la Storia, e che coinvolgerà emotivamente milioni di persone.  

Nel giro di poche ore l’assassino viene consegnato alla giustizia. Il suo nome è Lee Harvey Oswald: aveva abbandonato gli Stati Uniti ed era vissuto per due anni in Unione Sovietica per ottenere la cittadinanza russa e contribuire alla costruzione del “socialismo reale”.

Il caso dunque sembra risolto, ma, due giorni dopo, Oswald cade sotto il piombo di Jack Ruby nei sotterranei della centrale di polizia. Da questo momento l’assassinio di Kennedy si trasforma in un enigma sul quale si interrogheranno in molti, alla ricerca di una verità che a distanza di 55 anni sembra essere ancora lontana da ogni logica. Tuttavia, recentemente - ottobre 2017 - sono emersi nuovi elementi, essendo divenuti pubblici quasi tutti i documenti coperti dal segreto di Stato.

 

In occasione del Centenario della nascita di Kennedy, una foto in bianco e nero, scattata durante la campagna elettorale del 1960, è stata l'immagine che le poste degli Stati Uniti hanno scelto per il francobollo celebrativo emesso in suo onore. L'immagine mostra il Presidente con lo sguardo rivolto verso l’alto, a simboleggiare un'America fiduciosa nel futuro. Il francobollo, che ha validità permanente - reca infatti la scritta 'forever' - è stato stampato in foglietti di 12 esemplari.  


 

Quando camminando a testa alta...si rischia di cadere rovinosamente!

 

Già, proprio così, cari lettori. Perché se è segno di puro orgoglio capitolino il messaggio - ineccepibile - lanciato dalla Sindaca nell’affermare che Lei può - e soprattutto deve - camminare a testa alta per le vie della Capitale, è anche vero che una simile pratica, se reiterata senza i dovuti accorgimenti, finisce inevitabilmente per indurre il “cittadino semplice” in acrobatiche quanto rovinose cadute, e non mi riferisco a quelle di stile. La condizione pessima - per usare un eufemismo - dei marciapiedi e di - quasi - ogni zona pseudo-pedonale di Roma - il manto stradale non merita neanche più di essere tirato in ballo per le sue imbarazzanti voragini a vista-, rappresenta infatti una delle principali cause di cadute e scivolate varie. Vuoi perché il terreno sconnesso priva, al malcapitato, l’indispensabile equilibrio deambulatorio, vuoi perché nasconde, sotto una coltre “naturalistica” di fogliame misto, inaspettate sorprese che assumono "improvvisamente" le fattezze di disgustosi quanto scivolosi escrementi di animali, pericolose buche e improbabili avvallamenti. È quanto è capitato più volte, l’ultima questa mattina - giovedì 15 novembre 2018 - a mia madre, stavolta in Viale Adriatico - ambito Montesacro/Città Giardino - e in precedenza anche a mia sorella, in zona Largo Bacone - quartiere Casal de' Pazzi -: capirete il supplemento di asperità non celato dalle mie parole. Piccoli incidenti che tuttavia arrecano danni, materiali e fisici, e registrano un contesto urbano in evidente stato di abbandono e degrado. Senza contare che l’esempio familiare di cui sopra riguarda persone autonome e perfettamente autosufficienti: figuriamoci quali odissee devono affrontare quotidianamente tutti coloro che non sono normodotati. Sull’argomento potete trovare qualche spunto nell’articolo “Roma: una Capitale inaccessibile”, in categoria eventi e iniziative sociali.


 

Cambia---menti!

 

La mobilità è in-sostenibile: questo è diventato un assioma incontrovertibile. E allora? Che fare? Blocco del traffico per i veicoli più inquinanti - ma quali, veramente, non lo sono? - pacchetto di domeniche ecologiche - si riparte domenica 18 novembre, vedi articolo in ambiente e natura in città - e dopo chissà, forse anche le targhe alterne, come già ampiamente sperimentato in passato. E poi? Ancora cure omeopatiche? - con tutto il rispetto per l’omeopatia - per un male quasi incurabile che affligge la quotidianità della Capitale - e del Paese - dal centro alla periferia, ormai da troppe stagioni. Va bene tentare il tentabile, va bene anche contenere il “surriscaldamento” degli ambienti, privati e pubblici, ma tutto questo non può più bastare. Quelli appena elencati infatti sono, e rischiano di rimanere, "provvedimenti placebo" se non verranno avviate concretamente le politiche ambientali necessarie ad introdurre un meccanismo virtuoso di reale riduzione del danno da inquinamento atmosferico.

 

I bruschi cambiamenti climatici sopraggiunti impongono alcuni improrogabili “cambia-menti” umani. Prima che sia troppo tardi. Tempus fugit!   


 

La Capitale: un vaso di coccio tra i vasi di ferro.

 

La decisione dell’esecutivo di tagliare dalla manovra economica i fondi destinati a Roma Capitale per il prossimo triennio, scelta annunciata nei giorni scorsi, ha provocato inevitabili polemiche e ripercussioni a livello centrale e locale. Il Campidoglio ha immediatamente lamentato l’ennesimo colpo basso ai danni dei cittadini, visto e considerato che buona parte di quei fondi dovevano essere destinati alla manutenzione delle strade: un’emergenza, che assieme a quella dei rifiuti, rappresenta una priorità non più procrastinabile, specialmente in determinati ambiti urbani. Di qui l’invito al Governo, da parte del Primo cittadino, a ripensare e correggere la traiettoria dei tagli, per non penalizzare ulteriormente le già difficili condizioni gestionali capitoline. Il monito, condivisibile, è quello di lavorare insieme, in sinergia, per il bene della Capitale, e non utilizzarla come strumento di lotta politica, in un momento peraltro assai delicato anche per il futuro dello stesso Sindaco - com’è noto è attesa per il 10 novembre la sentenza che la vede coinvolta -. La Capitale deve necessariamente essere un terreno di sviluppo, un grande laboratorio civile e sociale, e non un campo di battaglia su cui trascinare e declinare esercizi e giochi di potere. Dalle parole ai fatti è un adagio che non invecchia mai; ed ora è il momento della concretezza e della pragmaticità.

Roma ha bisogno di interventi seri e programmatici sui noti fronti emergenziali che la caratterizzano in negativo. Non c’è più molto tempo per le schermaglie, per i pesi e i contrappesi. Questo deve essere il tempo delle contromisure efficaci e mirate alla risoluzione dei problemi e alla messa in sicurezza di una Capitale dissestata e spesso abbandonata a sé stessa. Pertanto l’unica ricetta commestibile è rappresentata dalla coesione, tra le forze politiche e in seno al Governo, in funzione e a garanzia di una sana vivibilità dell’urbe.


 

Una cittadella politico/amministrativa lontana dal centro di Roma: i moderni falansteri. 

 

La proposta comparsa recentemente sul blog di Beppe Grillo, sull’eventualità di svuotare i palazzi della burocrazia e della politica situati al centro della Capitale trasferendone le funzioni in una sorta di cittadella da costruirsi alle porte della città, ha fatto immediatamente discutere.L’idea tuttavia presenta alcuni elementi interessanti che meriterebbero un approfondimento. Intanto perché la proposta, in prospettiva, è estensibile a tutti i principali capoluoghi di regione - similmente affogati di traffico e smog - e poi perché gli stessi spazi potrebbero così tornare ad essere integralmente fruibili da un punto di vista storico, artistico e architettonico. Sgombrando il campo da qualsiasi deriva di stampo utopistico - di quì il riferimento agli antichi falansteri teorizzati dal filosofo francese Charles Fourier agli inizi del XIX secolo - nulla vieta dunque di immaginare una metropoli più moderna attraverso la “delocalizzazione” dei suoi palazzi del potere. Agli urbanisti l’ardua sentenza. 


 

Perché non è sempre domenica…anzi Natale!

 

No, cari lettori, non è sempre domenica, e meno male, perché referendum consultivi come quello da votarsi domenica 11 novembre su Atac non sono morsi facili. Un argomento complesso e osservabile da vari punti di vista, e per questo indubbiamente di non intuitiva decifrazione. Ma tant’è. Ognuno voti dunque evidentemente secondo la propria indole e conoscenza. Che si voti però. Ogni volta che si è chiamati a farlo infatti, è sempre importante esercitare questo sacrosanto diritto. Ma cosa c’entra il Natale dunque? Abbiate pazienza. In uno scenario come quello che in queste ore si sta delineando per il Governo della città, nelle più rosee previsioni, quello che ci attende è probabilmente l’ennesimo stallo istituzionale, che solitamente non è mai foriero di sviluppo e di attività, per intenderci, di problem solving. E solo il cielo sà, invece, di quanto ce ne sarebbe bisogno! Da dove vogliamo cominciare? Beh, dai rifiuti, e nello specifico dalla questione TMB Salario, di nuovo al centro con le sue nauseabonde esalazioni, le immancabili proteste e, da ultimo, la richiesta di nuove verifiche sulle conseguenze legate alla salute pubblica della cittadinanza residente. E questo è il solo il primo piatto; a seguire la condizione drammatica delle strade, il degrado urbano e l’incuria del verde cittadino, e, dulcis in fundo, la disperata ricerca, non dell’Arca perduta, ma di una ricetta “percorribile” per curare una mobilità in-sostenibile che rende i romani prigionieri delle loro auto per ore imprecisate. Un menù a prezzo fisso che non vorremmo più sulle nostre tavole. Il Natale quindi: non l’ho dimenticato, non temete. Eh già, perché con un tasso di disoccupazione ancora aggressivo e ostinato come quello registrato negli ultimi mesi - mentre realistici spiragli per repentine inversioni di tendenza appaiono pressoché utopistici - la “migliore offerta” arriva dai centri commerciali, che stanno cercando Babbi Natale ben retribuiti per le prossime festività. Santa Claus allora…un’occasione da non perdere...!               


 

Una doppietta per il Campidoglio: un pareggio per i romani.

 

Questo il risultato della partita di andata - anch’essa in un certo qual modo del cuore - disputata durante lo scorso fine settimana sul campo da gioco capitolino. Bilancio: una doppietta per il Campidoglio - piena assoluzione della Sindaca e mancato quorum sul referendum Atac - e un pareggio per i cittadini romani, che restano dunque in attesa che le rinnovate promesse fatte loro vengano mantenute nel girone di ritorno. Per essere solo l’inizio di un bell’autunno caldo, anzi, di una piena “estate di San Martino”, come viene definita dai meteorologi la settimana, questa, di inusuale alta pressione che segue alle appena archiviate forti ondate di maltempo - una “pressione” particolarmente percepita, tout court, nella Capitale - pare che i prodromi - di travaglio! - ci siano tutti…non resta che sperare in un buon parto naturale. 


 

Aiuti per Roma Capitale: "Fusse che fusse la vorta bbona"!

 

Eh già, come recitava il cinematografico personaggio del barista interpretato magistralmente dal grande Nino Manfredi, fosse davvero la volta buona, in questo caso per l’arrivo dei tanto attesi e discussi maggiori poteri e sonanti finanziamenti per Roma Capitale. Il “lungo weekend delle ripartenze”, appena trascorso, sta regalando anche queste speranze. Che si auspica non rimangano solamente tali. Specialmente i fondi, previsti in manovra, e poi posti in standby, servirebbero, com’è noto, immediatamente per far fronte alla pessima condizione della stragrande maggioranza delle strade cittadine. Uno slalom obbligato e spesso pericoloso. La rassicurazione, giunta da Palazzo Chigi, ben si colloca dunque nel quadro del rilancio politico e amministrativo capitolino in pieno e perentorio corso. Le principali voci all’ordine del giorno - dopo le adeguate e necessarie verifiche di rimpasto - sono sempre quelle: Atac - ora più che mai in pole position - ambiente - l’antico dramma rifiuti - verde urbano e - non ultimo - un check di bilancio. Tutti nodi ormai al pettine. Staremo a vedere.